Degli Imi se ne è sempre parlato poco. Eppure, eppure…
Chi furono gli Imi (Internati militari italiani)? Si tratta degli ex internati militari fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’otto settembre 1943, quando il Governo italiano annunciò l’armistizio con gli Alleati, e deportati in Germania: mio padre Aldo Pelliconi visse tale tragedia.

Aldo Pelliconi parla alla Sala delle Stagioni negli anni Cinquanta

L’Italia aveva cambiato campo abbandonando il nazifascismo ed unendosi con gli Alleati, così i tedeschi invasero la penisola e fecero prigionieri centinaia di migliaia di soldati italiani. Aldo era uno di questi, fu prigioniero con parecchi altri imolesi, tra cui Sergio Nicoli, fratello di quel Carlo Nicoli glorioso partigiano di cui pure fu amico ed intimo, avendo entrambi lavorato alla Cogne con ruoli di rilievo.

Quando faceva il corso da sottufficiale della aviazione a Padova in aeronautica fu catturato e deportato in Germania come internato militare: qui, rifiutando di aderire alla Rsi (Repubblica sociale italiana), come la maggioranza degli Imi, è rimasto fino alla liberazione, vivendo una esperienza che lo ha segnato profondamente.

Tradimento!

Le cose cambiarono subito il 9 settembre 1943: quella notte niente guardie alla caserma, così all’alba del giorno seguente quattro camionette di tedeschi poterono catturare centinaia di soldati italiani disarmati e soprattutto senza ordini superiori.

 

Erano prigionieri grazie al tradimento dei loro ufficiali, che videro seduti al bar con i tedeschi, mentre essi venivano caricati sui carri bestiame senza cibo e poca acqua, senza sapere il destino che li attendeva.

I campi per internati militari (foto tratta da da www.ilmiogiornale.org)

Ma già quel giorno si capiva che la situazione era drammatica: queste le ultime lettere scritte da uomo libero alla famiglia (Ebe era la fidanzata, mia madre che sposò dopo la guerra, Peppino il fratello minore, mio zio).

Le lettere di Aldo

Padova 9-9-1943. Carissimi babbo e mamma, la situazione è precipitata in poche ore e non ne possiamo per ora valutarne le conseguenze. Certo le ultime ore di un passato sanguinoso stanno scoccando. Speriamo, e preghiamo Iddio che risparmi alla Patria e a noi ancora duri travagli. Baci a tutti, a Ebe, a Peppino, nonna, a voi un pensiero costante. Aldo

Altre lettere di Aldo

Padova 9­9­43. Ebe, amore mio buono, gli eventi sono precipitati. La nostra Italia, il nostro popolo soffre e sconta gli errori dei vecchi capi. Quando ci rivediamo? Iddio lo sa. Preghiamolo insieme che risparmi noi e l’Italia da dolori più grandi. Sta unita alla mia famiglia. Ciò mi farà bene fino al giorno che ci ritroveremo. Baci, baci abbracci. Aldo

La solidarietà popolare

Il treno blindato che portava gli internati (foto tratta da www.iveser.it)

Il percorso fu Padova-Trento-Innsbruk-Monaco-Hannover, in seguito andarono più a Nord a Wietzendorf, “ospiti” dello Mannschaftsstammlager XI B, un campo di concentramento e di lavoro.

Internati militari italiani nei campi di prigionia (foto tratta da www.ilsussidiario.net)

Alcuni soldati, tra cui Aldo, buttavano bigliettini giù dai vagoni con l’indirizzo dei familiari che talora venivano recuperati da gente di buona volontà che li spediva a casa. In famiglia li abbiamo religiosamente conservati fino ad oggi e sono stati utilizzati per un pannello di una mostra del Cidra curata da Giulia Dall’Olio e Marco Orazi. Possiedo anche la piastrina militare ed altri documenti.

Internati militari italiani (foto tratta da www.pastorevito.it)

Questi i bigliettini giunti per posta ai miei nonni.

14­9­43. Babbo e mamma mia. Si va al Brennero, di lì in Germania, forse a lavorare. State tranquilli. Sto bene. Ci trattano bene. Ricordatemi a Ebe. Soprattutto la calma e la forza d’animo sia con voi. Arrivederci a presto. Baci Aldo

15/9/43. Visto vostro caro prigioniero tedeschi. Mi incarica di farvelo sapere, partiti ma non si sa destinazione. Sta bene e spera darvi presto sue notizie…

Preg.mo Signore, vostro famigliare al suo passaggio da Trento vi manda cari saluti e baci assicurandovi al suo stato di salute e morale altro, ora prosegue per la Germania, appena possibile vi scriverà. Con i più distinti saluti, Sig.ra…

Innsbruk 10/10/43. È passato da qui vostro figlio Aldo e mi ha incaricato di dirvi che stava bene e che non abbiate preoccupazioni per lui. Io ho parlato con lui assieme qui a Innsbruk e posso dirvi che non venne certo trattato male. Prima non mi è stato possibile darvi notizie. È passato circa al 18 dello scorso mese. (Non ho potuto sapere la sua destinazione). Saluti…

Evidentemente Aldo intendeva rassicurare la famiglia, di fatto nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo, neppure quei gentili cittadini che vedevano passare treni piombati e chiusi da cui solamente volavano fuori alcuni bigliettini. Solo dopo mesi Aldo poté inviare una lettera alla famiglia, in quanto come altri fu messo a lavorare in fabbrica e qualche operaio tedesco di buona volontà la spedì ad Imola.

La vita in Germania

La vita nei campi di concentramento dei militari italiani prigionieri in Germania era simile a quella dei campi di sterminio, solo che qui l’obiettivo non era la morte dei reclusi, ma lo sfruttamento in fabbrica, essendovi necessità di operai poiché i maschi tedeschi validi erano tutti militari e vi era carenza di manodopera.

I prigionieri militari italiani erano trattati molto peggio di quelli francesi o inglesi, in quanto considerati “traditori” per il voltafaccia appena fatto con il cambio di alleanze: si moriva comunque per malattia e talora per denutrizione, gli storici stimano tra 37.000 e 50.000 decessi, quasi il 10% dei tantissimi prigionieri.

Aldo non parlava spesso della sua esperienza personale, ma ricordo qualche racconto e conservo alcuni suoi appunti.

La prima cosa fu sapere a memoria un numero per l’appello quotidiano: Aldo imparò velocemente il tedesco, favorito dal diploma da maestro e dagli studi ginnasiali fatti con Luigi Lincei, che poi fu partigiano gappista e grande medico nel dopoguerra.

Un grande shock fu quando seppero (cosa difficile da credere) che vicino a loro in un campo erano sepolti 20.000 morti russi, i quali erano tra i prigionieri peggio trattati.

Altro passaggio difficile fu quando furono messi in fila e fu loro chiesto di aderire alla Repubblica Sociale di Salò di Mussolini, o di fare il militare con i tedeschi: pochissimi aderirono, alcuni di quelli poi fuggirono e divennero partigiani. Fu una prova di coraggio, si rifiutava il ritorno in Italia e si sceglieva di rimanere prigionieri e “schiavi” di Hitler al lavoro coatto in fabbrica e nei campi; fu un altro tipo di vera resistenza al nazifascismo.

Aldo ed il suo gruppo erano allievi sottufficiali, ma, non avendo ancora fatto il giuramento, i militari tedeschi li trattavano con disprezzo da “sottosoldati”.

Il lavoro fu duro specie quando venivano mandati a spalare le macerie e raccogliere i morti dopo i bombardamenti alleati. Soprattutto pativano la fame; inoltre, in fabbrica un colpo con una chiave inglese gli ruppe i denti davanti. Aldo si spacciava per meccanico e fu fortunato poiché il suo capofficina era un operaio tedesco antinazista, Anton Sermond, che lo prese a benvolere e gli dava del pane: quello fu dispiaciuto quando l’attentato ad Hitler fallì e commentò “Il porco non è morto!

A testimonianza della fame, diversi reclusi morirono durante i primi giorni dopo la liberazione per indigestione, in quanto il corpo non era più abituato a porzioni “normali” di cibo, alla cioccolata ed alle altre cose, dopo aver mangiato solamente pane nero e margarina per anni!

Per primi giunsero i Canadesi, poi gli Inglesi i quali, memori dei proclami di Mussolini, a dire dei reduci li trattarono male, quasi come i tedeschi. Comunque, gli Alleati fecero sfilare la popolazione tedesca a vedere le fosse comuni dei deceduti, ma essi dicevano che non lo sapevano! Nei primi giorni della liberazione ci fu pure qualche vendetta, inoltre qualcuno affermò di voler cercare in Italia gli ufficiali che li avevano traditi nel ’43. Non mancarono gli approfittatori che raccoglievano oro dopo i bombardamenti e lo nascondevano per poi riportarlo in Italia.

Gli Imi non furono immediatamente rimpatriati, Aldo tornò in Italia dopo qualche mese, così furono inviate alcune lettere alla famiglia dalla Croce Rossa Italiana e da religiosi che visitavano i campi: almeno la vita era salva.

Il difficile dopoguerra

L’impatto con Imola, dove giunse su di un camion in via Appia, fu problematico: Aldo aveva vestiti militari tedeschi ed era biondo con gli occhi azzurri, per cui quasi lo picchiarono, finché non si espresse in dialetto.

I riconoscimenti per quei militari non furono molti: dopo la guerra gli riconobbero il congedo come tenente e tre anni validi per la pensione, poi dopo tanti anni vi fu un riconoscimento formale con il Diploma d’Onore a loro concesso dal Presidente Pertini nel 1984 come “internato militare non collaborazionista”.

Ebbe tutta la vita problemi di salute riconducibili agli stenti patiti un fastidioso eczema alle mani ed una gastrite allo stomaco, gli mancavano dei denti ed ebbe sempre scarso appetito, tuttavia gli piaceva mangiare talora pane nero e margarina, in ricordo di quei tempi, inoltre sapeva un poco parlare tedesco.

Cosa per me strana, non odiava i tedeschi, anzi, li ammirava come popolo, raccontando l’aneddoto per cui subito dopo i bombardamenti alleati donne, anziani e bambini senza disperarsi raccoglievano i mattoni per ricostruire le case.

Gli Imi sono stati poco ricordati nel tempo, in quanto sentiti come “traditori” dalla destra e vissuti come “strani” dalla sinistra e forse loro stessi non hanno saputo promuovere la loro storia come dovuto. Aldo ad ogni buon conto fece conferenze e scrisse parecchi articoli su sabato sera e Nuovo Diario e fu impegnato nelle associazioni Anei degli ex militari internati e nei Combattenti e Reduci di Imola di cui è stato Presidente.

L’importante oggi è che la memoria dei 600.000 italiani e delle centinaia di imolesi che furono Internati Militari e dissero di no al nazifascismo non vada perduta.

(Marco Pelliconi)