Nella scena musicale italiana, al giorno d’oggi, sembra esserci una spasmodica predilezione per il suono piuttosto che per le parole.

È così che generi come la Trap spopolano tra i più giovani e risulta inutile piangere ricordando i bei tempi andati, quando l’Italia non era seconda a nessuno con i suoi parolieri: De Andrè, Dalla, Battisti, Guccini. Si potrebbe continuare per ore.

Tedua (Foto Radioimmaginaria da Wiipedia)

Nelle ultime settimane, però, nella playlist “release radar” di Spotify è comparso l’ultimo album di un rapper genovese proveniente dalla “generazione di mezzo”, quella collocabile tra i primi Club Dogo e gli ultimi trapper, quella guidata da Salmo per intenderci.

Già con il titolo di quest’ultimo lavoro “Divina Commedia”, Tedua (nome d’arte di Mario Molinari) rende chiari i propri intenti: dalla prima alla sedicesima e ultima traccia, le parole accompagnano l’ascoltatore come Virgilio guida Dante all’interno dell’opera composta dal sommo poeta stesso.

Il rapper alterna racconti nei quali precipita a picco negli inferi, tra le anime dei dannati, ad altri nei quali attraversa momenti di stallo necessari per scontare i propri peccati.

Infine l’ascesa in paradiso, ammaccato ma completamente redento.

Un viaggio tra le debolezze e le speranze di un ragazzo come chiunque altro.

Ed è questo a rendere necessario l’ascolto di questa perla musicale: in una società che fatica sempre di più ad accettare che l’essere umano possa fallire, l’album di Tedua è un grido violento che vuole scuotere dal torpore e dalle false convinzioni alle quali veniamo sottoposti quotidianamente.

Perché Mario ha fallito, è caduto e si è rialzato. Questo significa essere umani.

(Daniele Ferri)