Alla mamma piaceva raccontare alle sue clienti tutte le monellerie che combinavo. E loro erano davvero curiose, la incalzavano: cus’ala cumbiné stavólta? La mamma scuoteva la testa e attaccava il disco.
Raccontava una volta un episodio, un’altra volta una storia diversa, come avesse un inventario ad personam per ogni cliente abituale, riferiva battute, corbellerie.

Chiacchiere per far passare una mezz’oretta, la durata del pedicure che faceva in un camerino a piano terra con la finestra che dava sul cortile, il mio regno. E io, se passavo di lì, la vedevo muovere la mano e la sentivo dire: sat ciàp! Se ti do a prendere!

Innanzitutto sta bastérda era proprio un maschio mancato: per esempio che non si cambiava mai i vestiti quando arrivava in casa: “mica come la tua Letizia che in casa porta un grembiulino che è un amore!” diceva quel giorno alla signora Bassi.
“E sa cosa mi risponde quando glielo chiedo? Che tanto lei in casa ci sta due minuti e poi è già fuori.”

“Eh sì, la mia Letizia è una brava bambina, ordinata e ubbidiente, ma ci vuole pazienza coi monelli”.

La mamma lavorava e scuoteva il capo. “Pazienza, pazienza, non si compra mica la pazienza. Mi fa disperare, entra in casa coi pattini a rotelle e fa un rumore per le scale che sembra venga giù la casa, lascia i segni delle ruote sulle piastrelle, e i vicini si lamentano, figurati che quella di sopra mi ha minacciato di farmi pagare la levigatura del corridoio, poi gioca coi siluri in cortile e dopo a terra è pieno di cartacce, si nasconde dietro l’albero come fosse un indiano e li lancia a quelli che passano in bicicletta! Cosa che se prende uno in un occhio vado in galera! Non è da sola eh, è affiancata da altri due o tre monelli come lei, ma gli altri almeno son maschi! E poi corre tutto il giorno, neanche il tempo di mangiare e via fuori di nuovo. La devo incatenare? Oja d’amazéla?” (Devo forse ammazzarla?).

Quel giorno era particolarmente scoraggiata la mamma, davanti alla signora Bassi con tanto di Letizia perfetta si sentiva di non essere in grado di fare la mamma. “Ma via Capinera, non sono cose gravi, cambierà quando sarà più grande” le rispondeva la cliente.
E la mamma continuava: “Quando sarà grande sarà lei responsabile di quello che fa, è adesso che io devo riuscire ad ammansirla, ades um tóca a mè, la vorrei rendere più domestica, altrimenti che figura faccio. Sa cosa le gridano dietro per strada: ma la tua mamma non ti insegna a fare la calzetta? Va in cà a fé la calzétta! E chi ha il tempo, non mi ascolta, non ubbidisce, è indisciplinata, io dico bianco lei fa nero, le chiedo di sparecchiare e lei brin bruf braf in un attimo mette tutto alla rinfusa nel lavello e come minimo si rompe un piatto, voglio farle le trecce perché sia ben pettinata e lei scappa via coi capelli al vento. Quando faccio da mangiare la pasta imbottita devo chiudere a chiave la cucina altrimenti me la mangia cruda, l’altro giorno ha divorato mezzo tagliere di tortelli! Oh le sono corsa dietro cun e garnadél perché se provo a darle uno schiaffo mi faccio male io! Cum oja da fé, Oja d’amazéla? La prossima volta che viene potrebbe portare qui la sua Letizia a vedere se la mia si dà una calmata! ‘Un sa mai…‘ Magari conta”.

La signora le sorrise: “non credo andrebbero d’accordo, sa! Sono così diverse, la mia Letizia è un gioiellino!”
Ecco, a questo punto la mamma si ravvedeva, da un lato gettava la spugna, vicina alla rassegnazione, ma dall’altro ritrovava una punta d’orgoglio e concludeva con un “Beata lei, però sa cosa le dico: la mi babìna è poi simpatica!”.

Ma se mi vedeva nei paraggi, dopo che la signora Bassi era andata via, me la menava con sta Letizia, che io non avevo mai visto, Letizia qua, Letizia là, lei sì, mica te ve!
Già mi era antipatica, una della mia età che ci stava a fare in casa e solo al nominarla mi veniva da fare peggio! Ah, se l’avessi incontrata con il suo bel grembiulino le avrei fatto marameo!

Alla signora Mongardi invece, che aveva un figlio già grande, tanto per parlare, mi proponeva come futura fidanzata.
“Vediamo” diceva la cliente, “sua figlia è carina, un po’ maschiaccio, ma ora che cresce cambierà e diventerà anche lei una brava donnina di casa”.

Uffa, anche lei faceva progetti su di me, non bastava la mamma? “Chi cambierà?” chiesi entrando e ciucciandomi le dite sporche di cioccolato, interrompendo le loro chiacchiere.
“Quando sarai grande diventerai una bella sposina e vedremo se piacerai al mio Alberto.” Alberto qui, Alberto là, è intelligente, diventerà un dottore, diventerà un ispettore, diventerà, diventerà… e poi è bello, è buono, educato, è un buon partito!
E chi lo aveva mai visto sto Alberto, faceva il liceo e io le elementari, era un matusa, io mi mettevo ancora le dita nel naso, ma siete matte? “Io non lo voglio mica il suo Alberto, se lo tenga pure tutto lei” e corsi a giocare in cortile con i miei amichetti che mi prendevano com’ero, come una di loro.

La mamma si strofinò le mani sudate sul grembiale da lavoro. Però un sorrisetto lo fece, come per rassicurarmi che, in fin dei conti, era tutto un gioco. Allargò le braccia: “Cum oja da fé, Oja d’amazéla?”

Quando arrivava la signora Noemi la mamma mi chiamava perché voleva salutarmi e vedermi crescere: era stata una mia dada dell’asilo.
“ROBERTAAAA” si sentiva per tutta la via.
Arrivavo ansimante e trafelata, distolta dai giochi. Quella volta ero piena di sabbia e di terra perché si giocava con le biglie nel mucchio della bocciofila.
Cum sét ardótta! tóta inzacléda! Sei proprio impresentabile! Guarda che la signora Noemi ti vuole salutare.”

Mi era simpatica Noemi, aveva un bel sorriso sincero e gli occhi brillanti. “Come sei cresciuta, un bel bagno e sei sempre più bella. E dicono che sei brava a scuola.”
“Lo dice la maestra” aggiunse la mamma “io non so, a mè un pè un fat quèl! Io in quinta elementare ho ripetuto l’anno, non sapevo far di conto. L’ha ciapé tot da su pé. (Uguale uguale a suo babbo). Io vedo solo che fa il compito in piedi, in due minuti, appena dopo pranzo, il tempo che io lavo i piatti e lei ha già finito, mette via tutto in fretta e furia e scappa fuori. Non so come faccia a stare seduta al banco tutta la mattina!”.

Sorrideva Noemi. Ne aveva visti altri di bimbi così, curiosi di tutto a scuola riuscivano a controllarsi ma casa dovevano sfogarsi. ”Ah che soggetto che è, ha grinta però. Vieni qui birichina che ti do un bacio” e poi aggiunse sussurrandomi all’orecchio: “E poi ti farò conoscere il mio Vanni, è un bel morettino. Vedrai, diventerà un dottore”.

Pure lui, per la miseria quanti futuri dottori c’erano fra i figli delle clienti. E si rivolse alla mamma: “Capinera, a fé pasè un po’ ed temp e pù al fè stè maridàz!” uh, con che scatto feci due passi indietro, anche Noemi voleva vedermi sposata, era proprio una malattia dei grandi.
Le feci ciao con la mano e mi pulii la guancia dove mi aveva baciato. Via da me. Lontani dal mio futuro!

La signora Villa invece chiedeva di mia sorella, era stata una sua insegnante: “e la su Mara, come sta? Cosa fa? Si è già fidanzata?”
Eh, la mamma non ci aveva pensato quando l’aveva chiamata Mara che nell’intercalare imolese sarebbe diventata una somarella!
E le scocciava un po’ che la signora Villa ogni volta calcasse il tono con quella su Mara, come a sottolineare che lei l’aveva bocciata in matematica!

Mia sorella, di dieci anni più grande di me, proprio per la differenza d’età ai miei occhi faceva parte di un altro pianeta. Sempre pettinata e truccata, elegantina, alla moda, la mamma le cuciva sempre abiti su misura, portava la minigonna, lavorava, era fidanzata e non mi voleva fra i piedi. Peste, mi chiamava.

La domenica usciva con la sua compagnia di amici e tornava solo la sera; avrei voluto andare anche io con loro, insistevo, la tiravo per la maglia, volevo vivere quella vita che immaginavo brulicante e indagare il mondo, ma la sola eventualità non era nemmeno presa in considerazione.
“Toglimi dai piedi sta peste” gridava a mia madre.
E lei, impotente: “Ehi ciò, sta mó bóna, s’oja da fé, oja d‘amazéla!”.
Allora io facevo spallucce, mettevo su il muso e giravo il culo. Andavo in cortile, chiamavo gli amici da sotto la loro finestra e, se non trovavo nessuno, rimanevo da sola a giocare con la palla al muro, con la corda, con le biglie e improvvisavo gare in bici col vento.

(Roberta Giacometti – Foto archivio dell’autrice)

P.S. Io scrivo il dialetto come lo sento, quindi certamente non sarà corretto come dovrebbe, provo a trascrivere quello che che è un lessico familiare imolese, quindi chissà…