L’impianto era lo spaccato di un mondo ai margini, invisibile agli occhi di chi ogni giorno gli affidava le scorie copiose del ritmo frenetico moderno. Il lavoro era lo spazio di un linguaggio comune condizionato da idiomi e accenti diversi. Ciascuno si sforzava di imparare l’italiano per ampliare la libertà di relazione con gli altri e con il Paese che li aveva accolti. A volte scherzavano fra loro sfidandosi per misurare e confrontare i progressi fatti.

Kato si trovava bene. La condizione che condivideva con gli altri li faceva tutti uguali. Quella, almeno per un po’, sarebbe stata la sua vita. Da qualche tempo aveva anche trovato una casa tutta sua con un affitto accettabile, modesta, ma gli bastava: era quanto poteva permettersi. Con pazienza avrebbe rimediato il necessario per adattarla alle sue esigenze e farne un nido accogliente.

Grazie alla corporatura robusta lo assegnarono alla movimentazione delle balle nel piazzale. Aveva imparato a usare il muletto. Seduto lassù tornava bambino, immaginando di guidare una jeep e scorazzare nelle piste sterrate del suo Paese.

La nuova mansione lo divertiva e in poco tempo diventò abilissimo nel manovrare il mezzo e i pallet su cui giacevano quintali di rifiuti rigorosamente compattati per materiale omogeneo riciclabile.
Era veloce e preciso nel suo lavoro: in un’area la plastica, in un’altra i metalli, in un’altra ancora carta e cartoni pronti al prelievo dei camion che li avrebbero portati a destinazione e di cui gestiva le operazioni di carico.
Un mondo ricco di spunti per le sue storie. Dalle balle di carta spuntavano lembi di pagine ribelli con immagini e parti di testo. Nei momenti di attesa prima della loro rimozione, si prendeva la licenza di osservare i volti deformati o gli scorci di luoghi sconosciuti mortificati dalle pieghe inflitte dal filo di ferro che li teneva insieme. Ma soprattutto sfidava se stesso catturando le parole prigioniere che sporgevano, per arricchire il proprio italiano. Alcune le riconosceva, altre cercava di tenerle a mente per ritrovarle nei discorsi degli altri.

Da poco si era iscritto a un corso di italiano per stranieri per accelerare l’apprendimento e semplificarsi la vita, fuggendo a un isolamento altrimenti obbligato. Forse un giorno avrebbe scritto una storia in questa lingua ancora misteriosa e così diversa dalla sua.

Kato aveva appena sollevato una balla e con destrezza si dirigeva verso l’area di deposito di carta e cartone. Il campo visivo era ridotto dal carico prelevato. Un urlo e due braccia che si agitavano concitate attirarono la sua attenzione.
Frenò di colpo.
Un presentimento sinistro si rivelò in tutta la sua gravità.
Un collega giaceva a terra. Inserì angosciato la retromarcia, spense il motore e scese dal mezzo. Lo sguardo attonito: non si era accorto di nulla.

L’aveva urtato mentre, distratto, attraversava il piazzale incurante delle manovre in corso. Non aveva perso conoscenza ma era in preda a un forte shock e gemeva tenendosi una gamba.
Per fortuna l’aveva preso solo di striscio.
Non si capacitava.
Ricostruì più volte nella mente la sequenza delle sue azioni interrogandosi sulle possibilità di evitare l’incidente.
Ai colleghi accorsi continuava a ripetere che non si spiegava come era potuto accadere.
L’impressione e la mortificazione furono tali che in seguito non riuscì più a salire su un muletto.
Gli affidarono la gestione di una stazione ecologica e non tornò più all’impianto.

Alla stazione ecologica le dinamiche e l’organizzazione erano completamente diverse. Riceveva le persone che venivano a conferire quantità ingenti di materiali, oggetti voluminosi, elettrodomestici da rottamare, rifiuti particolari come cartucce esauste per stampanti, pile e apparecchi elettronici, mobili vecchi.

C’era sempre traffico soprattutto in alcuni giorni della settimana.
Kato aiutava a scaricare il contenuto dei bauli stipati delle auto o dei furgoni e fugava le incertezze sulla collocazione dei materiali. La separazione avveniva al momento.
Si chiudeva l’esito di sgomberi più volte rinviati, accumuli rimossi da pulizie straordinarie desiderose di spazio e il destino di elettrodomestici ancora funzionanti soppiantati da modelli di nuova generazione, silenziosi testimoni di vita vissuta, rimossi inesorabilmente dai camion che a giorni prestabiliti arrivavano a sgombrare le aree e i grandi contenitori ricolmi di ogni genere di consumi.

Rifiuti (Foto di Manfred Richter da Pixabay)

A volte pensava a quante abitazioni avrebbero potuto essere attrezzate da tutti quei materiali al suo paese, dove era un problema anche il rifornimento dell’acqua. Una distanza che appariva incolmabile.

Kato svolgeva il suo lavoro con allegria. Canticchiava ispirato dalla musica della radio che ritmava il tempo della giornata.

Ripuliva e teneva in ordine, riaccatastava ingombri dall’appoggio precario, registrava tipologie e quantità dei conferimenti, prendendo confidenza coi visitatori più assidui.
Nei momenti di scarso afflusso e di calma, specialmente in inverno, guardava fuori dalle finestre dell’ufficio quella massa di rottami inerti fantasticando sulle loro storie.

Affetti disinvestiti, gioie svanite nell’uso, rabbie sfogate fino al danno definitivo, accantonamenti da ansie consumistiche, impieghi maldestri dagli effetti irreparabili ispiravano racconti che avrebbe voluto scrivere. E così prese a soddisfare la sua curiosità con conversazioni apparentemente banali, ma tese a rivelare con discrezione le circostanze che avevano portato i materiali più vari.

Il contatto continuo con gli altri lo portò a socializzare e a scambiare commenti allenando il suo italiano che migliorava progressivamente, con quell’accento straniero che faceva simpatia. Si abituò in fretta ai nuovi ritmi e col tempo superò il trauma. (Continua)

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