Con Teresa abbiamo condiviso molte battaglie per i diritti delle donne. Non la vedevo da diversi anni. Si era ritirata, forse stanca di vestire i panni della Don Chisciotte. Perché chi si impegna per la parità di genere raccoglie il testimone di generazioni che si sono impegnate nei decenni con risultati sproporzionati rispetto all’impegno investito.

E’ molto faticoso scalzare pregiudizi e stereotipi sessisti, sempre pronti ad adeguarsi ai tempi che, nonostante tutto, cambiano. Ed è faticoso rimediare ai danni che la cultura patriarcale procura non solo alle donne ma alla collettività. Una lotta dura contro ascolti mancati, promesse mai veramente mantenute da parte di chi ha il potere decisionale sui servizi, sulla sorte della comunità, lusinghe in tempi elettorali per guadagnare il consenso dell’elettorato femminile.

Quando si tratta di donne non si fa mai sul serio. Per la politica la condizione delle donne è un tema marginale e non si capisce che quella stessa condizione è ostacolo fondamentale di progresso, di sviluppo e di benessere collettivo. Oggi lo si riconosce a livello internazionale (vedi obiettivi Onu 2030), ma spesso siamo ancora alla forma.

Teresa l’aveva ben capito. Di qui la sua passione, il suo impegno accorato, la franchezza e il coraggio con cui denunciava le inadeguatezze e la superficialità verso il disagio delle donne.
E lei di disagio mentale si è occupata a lungo, dopo avere partecipato alle sedi di movimento delle donne per i diritti. Dall’istituzione del “Telefono rosa – Pronto donna” con un gruppo di altre donne di diversa formazione politica alla fondazione dell’associazione “La Cicoria”.

Teresa non era donna di facili compromessi. Quando ci si trovava nella sede della Cgil per parlare di violenza, appartenenti ad associazioni differenti, si discuteva animatamente sul da farsi, su come interloquire con le Istituzioni e con i servizi per ottenere fatti concreti. Non sempre ci si trovava d’accordo sulle soluzioni.
C’erano visioni tattiche e politiche diverse. Ma il confronto è il sale della democrazia. Come la storia collettiva delle donne dimostra è la condizione per giungere a una sintesi più alta che consente di passare all’azione unite. La sostanza la condividevamo sempre.

Foto scattata in occasione della “Staffetta delle Donne” del 2009 (Teresa De Brasi è la seconda da destra)

Ricordo come ci siamo trovate dalla stessa parte con molte altre nel 2009 quando l’Udi (con cui intratteneva rapporti costanti) promosse la staffetta contro la violenza. Da Catania a Brescia le donne italiane si passarono un’urna, testimone di quella mobilitazione. Lungo la penisola per testimoniare la rabbia, l’indignazione verso la negazione violenta dei diritti delle donne. A Brescia era stata uccisa dal padre e dal fratello Hijna Saleem colpevole di preferire uno stile di vita occidentale. La staffetta passò da Imola e si concluse in Piazza della Loggia a Brescia con una affollatissima manifestazione. Questi femminicidi continuano.

Ci univa la passione per il comune impegno, per il sostegno solidale convinte che si ottiene di più insieme. Fra me e Teresa c’era un rapporto di reciproca stima e rispetto. Occuparsi di disagio mentale è faticoso. Ascoltare e farsi carico delle sofferenze delle altre richiede coraggio e distacco.

Occorreva una struttura, che fu il primo centro antiviolenza a Imola con uno sportello di ascolto e azioni per sostenere le donne che ne volevano uscire. Lo si fece anche inventandosi delle attività economiche di autofinanziamento fondate sulle abilità e le competenze femminili. Poi la rinuncia a 2012 appena iniziato che ha lasciato un vuoto grave poi colmato, poco dopo, dalla nascita di due altri centri ancora attivi.

La violenza sulle donne c’è ancora, molto estesa. La battaglia non è vinta e la strada è lunga. Ricordo Teresa con gratitudine per quanto ha fatto, per l’esperienza di un’associazione come la Cicoria che ha formato anche tante ragazze.

La ricordo per quella passione autentica, anche un po’ ribelle, che ci accomuna. A meno di un mese dal 25 novembre, vorrei dirle anche se non può ormai sentire, che il testimone è raccolto e che continuiamo l’impegno con le generazioni più giovani. Un abbraccio ad Annalisa e alla famiglia.

(Virna Gioiellieri)