I capi di Alfredo avevano manifestato apprezzamento per l’efficienza e la perizia con cui svolgeva il suo lavoro. Il ché si tradusse presto nell’assegnazione di un incarico di maggiore responsabilità: la supervisione del funzionamento delle stazioni ecologiche e l’organizzazione della logistica del traffico pesante che prelevava i rifiuti e li portava alle varie destinazioni di smaltimento. Quell’incarico gli consentiva finalmente di applicare un po’ delle conoscenze acquisite nei suoi anni di formazione universitaria.

Per prima cosa visitò le stazioni del territorio. Lo avevano informato del recente inserimento, in una di queste, di un nuovo operatore che proveniva da uno degli impianti di smaltimento dopo il coinvolgimento in un incidente sul lavoro.

Alfredo e Kato si presentarono e provarono subito simpatia l’uno per l’altro. In breve divennero amici, condividendo in particolare quella vena diversamente creativa che li caratterizzava.

Il nuovo lavoro lo intrigava e sollecitava ancora la sua fantasia: cimiteri di oggetti un tempo amati, proiezione di soddisfazioni consumistiche, di desideri e affetti, venivano consegnati a un altro destino, fuori dai pensieri per sempre. Non tutti in verità. Aveva spesso notato, nei pressi di casa sua, che i mobili e gli elettrodomestici abbandonati a fianco del cassonetto, sparivano di lì a poche ore. Un servizio di rimozione, per quanto solerte, si sarebbe rivelato un inutile spreco di tempo e di denaro.

Gli piacevano in particolare i contenitori di rete metallica dove giacevano gli apparecchi elettronici. Quei fili elettrici appesantiti da spine e trasformatori sembravano un ammasso intricato di serpenti in gabbia. Un giacimento di componenti per le sue creazioni.

Con la complicità di Kato, ne prelevava qualcuno da smontare a casa per la costruzione dei suoi marchingegni. Si inventava piccoli robot dall’aspetto improbabile. Quei piccoli mostri piacevano e divertivano Mattia che partecipava attento alla loro nascita. Poi collaudavano insieme il funzionamento.
Ne avevano collezionato una serie: un parco mostriciattoli che mettevano in competizione, immaginando ogni volta storie fantastiche. Mattia finì per portarsene uno a scuola e così Alfredo aveva ricevuto l’invito a tenere un laboratorio coi bambini durante una festa di fine anno.

Iniziò anche in altre scuole. Questa attività piaceva all’azienda che aveva interesse a diffondere la cultura del recupero e creare un nuovo senso comune sul consumo e sulla produzione dei rifiuti, uno dei problemi più gravi della contemporaneità.
Lo autorizzarono quindi ad assentarsi dal lavoro per il tempo necessario, secondo un programma stabilito.

Raccontava al pubblico giovanissimo la provenienza dei materiali impiegati e come il legno, la plastica, i metalli e altri apparecchi costituissero una risorsa per nuovi impieghi.
Con il legno costruì alcuni biliodromi. Piani inclinati, stretti passaggi, qualche ponte. Le biglie scorrevano con la velocità dettata dall’abilità dei giocatori.
Un gioco antico e solo apparentemente banale. I bambini si divertivano e imparavano alcune leggi fisiche elementari. I componenti metallici ed elettronici divennero semplici congegni a batteria dalle forme fantasiose. Alfredo mostrò come il recupero dei componenti di oggetti dismessi poteva dar luogo a nuove opportunità. Era un altro punto di vista che dava agli oggetti rottamabili una nuova prospettiva di vita.

Scoprì l’utilità educativa del suo lavoro, le sue potenzialità formative e ne era contento.

Aveva costruito una squadra di colleghi e colleghe affidabili e le sue assenze non gli impedivano di garantire l’efficace svolgimento delle funzioni.

Leggi i capitoli precedenti >>>>

(Virna Gioiellieri)