Il femminicidio di Giulia Cecchettin ha suscitato una reazione forse senza precedenti, mai così clamorosa ed estesa come nell’ultima settimana. Forse per l’età della vittima e di chi l’ha uccisa, forse per il modo con cui si è consumata la violenza. Forse per la sospensione mediatica prodotta da quella che all’inizio non si escludeva potesse essere una fuitina amorosa. Fatto sta che il clamore si è levato fin dalle prime ore seguenti la notizia di una terribile certezza a cominciare dai social. “Lo sapevamo già”, la frase rimbalzata di profilo in profilo. Il presentimento comune che aveva iniziato a farsi strada dopo un’estate horribilis costellata di violenze contro le donne, con l’effetto di affinare i sensori sociali. 

Il rumore delle ragazze e dei ragazzi  

Mercoledì scorso quasi per caso mi sono trovata ad attraversare Piazza VIII agosto a Bologna. Dall’assembramento di qualche decina di persone ho capito che stava per accadere qualcosa. Ho chiesto. La risposta è stata una conferma dell’intuizione che mi era brillata in mente. Di lì a mezz’ora la piazza era stipata con migliaia di persone soprattutto giovani e giovanissimi. Noi generazioni più attempate, pur presenti, eravamo individuabili a spot. Ho abbandonato l’intento di raggiungere la Stazione e sono rimasta, curiosa e contenta di quella opportunità epifanica. Ho sentito che essere lì corrispondeva al sentimento che da giorni, settimane, mesi mi frullava nel cuore. La temperatura si è alzata e una marea umana ha preso ad attraversare le strade della città. Una marea arrabbiata e rumorosa con le idee chiare, urlate all’unisono e scritte con pennarelli sui cartelli improvvisati con materiali poveri. Messaggi, radicali, sarcastici espressi senza mezzi termini. L’energia si è propagata come un’onda dando vita a una intensa esperienza collettiva. Da anni frequento le manifestazioni affollate contro la violenza di genere che colorano le piazze di nero e magenta per dire “basta”! Tuttavia una forza come quella dell’altra sera  in tempi recenti non la ricordo. Bologna, ma prima Padova e poi la mobilitazione nelle scuole, nelle Università e nelle piazze di moltissime città. Le nuove generazioni hanno battuto un colpo assordante trasgredendo a gran voce gli appelli “buonisti”, falsamente pudichi e per questo un poco ipocriti, all’osservazione di un minuto di silenzio. 

La politica in affanno e il maschilismo mediatico 

E mentre le ragazze e i ragazzi, facevano un’esperienza concreta di relazione sociale e di comunità, le Istituzioni e la politica si sono affannati a discutere su come educarli al rispetto e alla relazione. Si deve, per il compito che ad essi spetta. Ma, come spesso accade, arrivano tardivi e impreparati. Dopo che nel corso del tempo abbiamo assistito a più riprese alle crociate contro l’educazione sessuale nelle scuole e all’introduzione delle tematiche di genere, si scopre il valore dei sentimenti, delle emozioni, del rispetto. Temi che da anni le donne ripropongono, rintuzzate a più riprese da campagne che le colpevolizzano e le accusano di volere occupare il posto sbagliato di chi decide della propria vita. Già, perché così infrangono le norme imposte dalla cultura patriarcale, la stessa che ci maltratta e ci violenta, specie se ad essa ci ribelliamo. La discussione corre attraverso i media, come è ormai consuetudine, polarizzata. Ci si affanna alla ricerca di chi ha più responsabilità e deve farsi carico. La famiglia e la scuola sono le più gettonate in una discussione spesso confusa, riportata nei ranghi di uno schema inadeguato. Si ricorre a improbabili quanto sterili accuse da destra a sinistra alla ricerca di qualche centimetro di responsabilità in più. La cultura patriarcale agisce in modo trasversale, non per schieramento. Di chi è il compito? Di tutti! E intanto il Paese reale sta altrove. Ci si accapiglia su come educare i giovani ma non li si ascolta. Si parla di rispetto ma non si rispetta. Il linguaggio è spesso violento e sessista, usato con accanimento verso le donne, soprattutto quelle che dicono e fanno cose scomode, “oltraggiose” verso gli schemi del potere maschile. Si potrebbero portare decine e decine di esempi che hanno riempito negli ultimi decenni le bocche e i profili social di molti uomini dal ruolo pubblico.  Esternazioni che legittimano atteggiamenti violenti, sessisti, che ricorrono al turpiloquio, che sedimentano e alimentano quella cultura tossica che ci uccide. Perfino verso la sorella di Giulia che con grande consapevolezza si è rifiutata di rinchiudersi nel silenzio. E triste è constatare che ci siano donne che assecondano, tollerano, assumono questa cultura in una vana competizione col maschile. Del resto gli stereotipi sessisti formano uomini e donne. Questi sì dovrebbero fare non uno ma molti minuti di silenzio per attivare le coscienze. Serve un cambio radicale di registro per essere credibili. Non bastano le leggi e l’inasprimento delle pene. Serve prevenire e per questo occorre il tempo necessario a radicare una cultura di rispetto reale fondata sulla conoscenza. Servono la pazienza e la perseveranza del giardiniere. Serve supportare le donne che denunciano e chiedono tutela. Serve valorizzare la cultura di cura e la conoscenza che praticano da anni le operatrici dei centri antiviolenza, a cui occorrono risorse adeguate. Serve formazione. Non solo nelle scuole e per le famiglie, ma nei servizi, fra le forze dell’ordine e i magistrati che riducono le pene giustificando i maschi violenti con argomenti pretestuosi che descrivono le donne disinibite, complici, complessate e via dicendo. Vittimizzazione secondaria. Gli altri, quelli che uccidono e maltrattano, sono bravi ragazzi sedotti da femmine ammaliatrici che pretendono di decidere per sé. E’ normale che si reagisca a questa inaccettabile impertinenza. Chi definisce le norme del normale? Ancora il potere maschile. Il cerchio si chiude.  

Manifestazione di Non Una Di Meno. Bologna , 22 novembre 2023

 

 

Se gli uomini scendessero in piazza senza le donne 

L’idea di Emma Bonino sull’ipotesi di una manifestazione di soli uomini contro la violenza di genere è suggestiva. Sarebbe una sfida con se stessi. Un passo avanti rispetto all’espressione della mera solidarietà nelle manifestazioni convocate dalle donne (pure apprezzabile) e una risposta a chi pensa che il problema della violenza riguardi solo le donne e al più i maschi violenti. “Io no” recitava una campagna di qualche anno fa. Un monito per marcare una differenza, la possibilità di affrontare il rapporto con l’altro sesso in modo diverso. Ma anche un tirarsi fuori. Gli uomini che non usano violenza spesso non si sentono coinvolti, negando la dimensione collettiva del fenomeno, l’essere come genere. Circoscrivere a chi maltratta e uccide equivale a ridurre il fenomeno a una eccezione, all’emergenza di un male da estirpare (come si sente dire) che non riguarda chi non lo fa.  

Ma se gli uomini decidessero di scendere in piazza da soli, si prenderebbero la responsabilità di un atto originario che segnerebbe forse il primo passo per la costruzione di un altro sistema sociale e culturale in concreta solidarietà e condivisione con le ragioni delle donne. Perché fare questa scelta implicherebbe confrontarsi fra uomini,  condividere obiettivi chiari, sintetizzarli in parole d’ordine. Significherebbe decidere di esporsi per impegnarsi a rinunciare a un potere dominante e ai privilegi che ne derivano concorrendo con convinzione a delineare una società fondata sul rispetto e l’equità di genere, la ripartizione di poteri e di responsabilità. Se gli uomini decidessero di scendere in piazza senza le donne sarebbero protagonisti di un atto di potere verso se stessi per smantellare il potere di supremazia ereditato nei secoli che prevede violenza, possesso e prevaricazione.  Interrogarsi sul senso e il significato della virilità, sul valore del riconoscimento per formare un punto di vista originale su come costruire un sistema paritario. Una scelta di crescita collettiva e di consapevolezza che forse li vedrebbe attivi nella reazione sistematica alla violenza di genere. Troppo spesso ci si indigna con quell’approccio che non riesce ad andare oltre al paternalismo irresistibile di sentirsi rammaricati per la mancata protezione di un soggetto debole. E, quasi rivelando un senso di colpa, esprimono una solidarietà di circostanza, fittiziamente assolutoria. Ma le donne sono maltrattate e uccise non perchè deboli ma per la forza di scegliere, in un sistema che le vorrebbe subalterne e remissive. 

Qualcosa si è mosso in questi anni. Giovani sempre più numerosi in piazza a fianco delle donne. Altri, meno giovani, hanno avviato non da oggi esperienze di riflessione e confronto sull’essere uomini. Altri ancora provano a farsi sentire interrogandosi, alcuni hanno scritto in questi giorni pensieri interessanti, profondi. Occorre andare oltre con maggiore rapidità facendo un passo avanti, senza aspettare di essere coinvolti (come qualcuna dice) e fermare il degrado in stato avanzato di composizione del sistema sociale.  

Se gli uomini andassero in piazza senza le donne contro la violenza troverebbero la solidarietà delle donne. Sarebbe un nuovo inizio. 

 

(virna gioiellieri)