Ricordo il primo giorno di farm nitidamente, senza quei vuoti tipici dello scorrere del tempo. Come se fosse un trauma. Ci svegliammo intorno alle 6, dovendo iniziare alle 7.30. Un lusso che ben presto avremmo dimenticato.

Arrivammo nella sede principale a Cambooya, una ventina di minuti da casa nostra; dal viale d’ingresso completamente sterrato si arrivava nel parcheggio principale. Sul prato accanto c’era la casa condivisa da altri lavoratori provenienti dalle Isole Fiji e Solomon. Sulla destra dominava la fabbrica dove le lattughe venivano smistate e impacchettate, pronte per essere spedite.

Leggi i pezzi precedenti >>>>

Ancora più in lontananza, iniziavano i campi coltivati. Distese di lattughe a perdita d’occhio, e altrettanti campi ancora incolti che immaginavo sarebbero spettati a noi.

Entrammo nell’ufficio della titolare e con il cielo che minacciava pioggia firmammo gli ultimi documenti. Poi partimmo insieme a lei a bordo di un camion. Ci accompagnò nell’altro appezzamento di terreno di proprietà dell’azienda (nonché sua), nella località di Spring Creek.

Scesi dal camion siamo stati presentati ad uno dei membri più esperti dello staff, che con grande entusiasmo ha iniziato a spiegarci che tipologia di lavoro avremmo fatto.

Nel frattempo aveva iniziato a diluviare. Ottima accoglienza.

Dopo essere passati dalla teoria del farmer australiano fiero del proprio cappello da cowboy, era arrivato il momento della pratica. Siamo stati accompagnati sul retro di un pick-up tra le fitte file di lattughe, dove due gruppi composti da 8/9 persone erano intente a tagliare le verdure piegati sulle gambe, schiena ricurva.

Quella era la parte del lavoro che lo stesso cowboy aveva descritto come la più dura: ci saremmo dovuti abbassare verso terra, con una gamba più avanti dell’altra in maniera da bilanciare il peso e aiutare la nostra schiena. Poi avremmo tagliato le lattughe alla base con un colpo netto per poi appoggiarle sul nastro trasportatore sorretto dal trattore alle nostre spalle.

Questo nastro radunava le verdure all’interno di gigantesche ceste di plastica sistemate sul rimorchio del trattore.

Io e Margherita fummo divisi, e iniziammo a cercare di capire come mettere in pratica i consigli ricevuti. Avremmo dovuto trovare il movimento giusto, sia per tutelare il corpo da infortuni, sia per essere veloci e seguire il ritmo del trattore.

Quella era la parte difficile. Quel maledetto trattore andava ad una velocità incredibile. Capii immediatamente che sarei dovuto essere più rapido per non rimanere indietro.

Il mio capogruppo, una donna dall’aspetto severo e autoritario, non l’avrebbe tollerato.

Con il passare dei giorni capimmo che questo lavoro di “taglio” impiegava 6/7 ore, con un breve break di 10 minuti (chiamata “smoko”) prima della pausa di 30 minuti per il pranzo. Solitamente riuscivamo a completare un patch e mezzo, ovvero un’intera striscia e mezzo di terra di 200 metri composta da quattro file di lattughe ad ogni metro. Un massacro insomma.

Piegati sotto il sole, con la pioggia, il vento… Poco importava.

Nella seconda parte di giornata, definibile più sopportabile, il compito fu quello di piantare. Salimmo su un altro trattore, sedendoci su una piccola panca sul retro, e inserendo i germogli di insalata (dalla forma piramidale) in sei piccoli cilindri che a loro volta li avrebbero piantati nel terreno.

Chi non era seduto sul trattore aveva il compito di sistemare i germogli che non venivano inseriti correttamente nel terreno, seguendo a passo d’uomo il macchinario che seminava.

I nostri colleghi ci dissero che questo lavoro, solitamente, durava all’incirca tre ore e mezza; variava in base a quanti patch avremmo dovuto terminare.

Il primo giorno, dopo 8 lunghe ore arrivò al termine, portandosi con sé diversi dubbi sul lavoro che avremmo dovuto fare per i tre mesi successivi. Stringemmo i denti e rimboccammo le maniche, con la volontà di arrivare il più avanti possibile.

Intanto le ore piegati sui campi passavano, aumentavano i mal di schiena e la tensione dovuta alla stanchezza era diventata ingestibile. I ritmi di lavoro erano forsennati e la sveglia suonava tutte le mattine alle 4.45. Durante i weekend cercavamo di recuperare più energie possibili, cosa molto difficile per me che nel frattempo giocavo il campionato con i Thunder.

Ai lavori iniziali se ne aggiunsero poi altri, come la rimozione delle erbacce dai campi d’insalata e rucola. Un’attività interminabile e molto noiosa.

Se a tutto questo aggiungiamo un boss dal carattere infiammabile, e dei colleghi con i quali era difficile entrare in sintonia, il finale risulta piuttosto scontato. (Continua)

(Daniele Ferri)