Pubblichiamo la seconda parte di un articolo relativo a un progetto di socializzazione a distanza, realizzato online su piattaforma zoom, proposto dal Club Ciliegie Atipiche di Vignola. Il tema è quello della salute mentale, in particolare la riflessione punta su come viene affrnotata la materia e alle iniziative che si mettono in campo.

Leggi la prima parte dell’articolo: Sulla “nave dei pazzi” con le Ciliegie Atipiche di Vignola >>>> 

Spesso il dolore è vissuto a livello intimo, personale, quanto è importante invece la condivisione?
“Poter vedere negli occhi dell’altro il proprio dolore, il sapere che qualcun’altro ha provato e sentito la nostra stessa sofferenza, sapere che altri hanno affrontato le stesse sfide della vita e superato ferite interiori come le nostre, ci fa sentire più forti. Questo ci fa fare una scelta che solo noi possiamo decidere: quella di chiedere aiuto. Sentiamo così di avere un sostegno che ci permette di ritrovare in noi quella forza che pensavamo di aver perduto.
Ecco il vero potere di stare insieme: è la forza dell’amore e l’importanza del sostegno reciproco. Per vincere il dolore bisogna saper sciogliere quel fardello di paure che ci portiamo addosso come un macigno che diventa sempre più pesante. Abbiamo bisogno di un altro che abbia provato e sentito sulla propria pelle lo stesso dolore. Qualcuno che ci ascolti e che capisca cosa stiamo passando. Ed è in quel momento che dal macigno di sofferenze si stacca il primo sassolino. La trasformazione da macigno a sassolino è possibile solo quando si è pronti a condividere il proprio dolore e a consegnarlo a chi può aiutarti a sostenerlo. Ed è questo quello che si fa in un gruppo di Auto-Mutuo-Aiuto.
Il gruppo è chiamato ad accogliere e contenere il dolore altrui restituendo delle sponde supportive ai vissuti travolgenti che emergono. La capacità di accogliere il dolore degli altri viaggia di pari passo alla capacità di accogliere il proprio dolore e di sintonizzarsi sulle emozioni proprie e altrui attraverso un autentico ascolto empatico. Io sono stata colpita dall’emozione che gli altri mi trasmettevano con le loro storie e ho pianto più con il dolore degli altri che con il mio. In gruppo, assumersi il peso di alcuni vissuti emotivi, risulta sostenibile in quanto il carico viene distribuito”.

Come si potrebbe definire la sofferenza psichica?
“La sofferenza psichica è ‘l’arte’ di non saper vivere. Sofferenza psichica è… non sapersi muovere, non saper decidere, aver paura di fare un passo in qualsiasi direzione, temere le relazioni sociali, avere percezioni di catastrofe, sentirsi senza speranza, senza possibilità di attuare alcun cambiamento, non sentirsi più padroni della propria vita, non sentirsi più se stessi.
‘La sofferenza mentale è sofferenza’. Il problema, ciò che aumenta lo stigma, è l’invisibilità della mente che soffre. Qualsiasi altra parte del corpo venga colpita dalla sofferenza offre spesso la visione concreta di ciò che accade e, di conseguenza, è più semplice capire, immedesimarsi, sostenere.
Infatti, se soffri di una malattia fisica, tutti ti dicono poverino… ma se soffri di un disagio psichico le persone dicono cosa vuoi che sia…
Non sanno com’è vivere con le voci, con dei pensieri intrusivi, non capiscono che devi compiere dei rituali, vivere con allucinazioni che nessuno vede o sente…”.

Dov’è che trova terreno fertile il disagio psichico?
“Oggi si usa il termine ‘povertà vitale’ per indicare e descrivere una situazione che oltrepassa i confini della mera povertà economica ma che rappresenta un impoverimento più complessivo, culturale, relazionale, affettivo, valoriale, sempre più diffuso nella nostra società e che rappresenta un terreno fertile nel quale può trovare dimora e sviluppo il disagio psichico”.

Foto di Quesnay Aguiar da Pixabay

Cosa danneggia la salute mentale?
“La salute mentale è influenzata in larga misura dal contesto (ambiente, situazione economica, ecc.), ma anche dalle caratteristiche personali (patrimonio genetico, ciò che ci è stato trasmesso dai genitori, il proprio vissuto, ecc.).
Esistono, nel ciclo vitale delle famiglie, alcuni momenti che richiedono un maggiore sforzo di adattamento e che sono quindi a più alto rischio per la salute mentale del soggetto. Quando ai momenti critici dell’esistenza (adolescenza) individuale si sommano quelli familiari, aumenta la probabilità di rischio per la salute mentale.
I dati evidenziano che i principali fattori di rischio per i disturbi mentali sono:
• deficit intellettivo
• eventi di vita stressanti
• famiglie disfunzionali
• fattori genetici
• bassi livelli di istruzione
• disoccupazione
• povertà estrema
• non poter contare su una rete sociale di aiuto
• presenza di stereotipi che possono portare a essere discriminati ed esclusi
• abusi infantili, bullismo
• bassa classe sociale
• bassi livelli di autostima
• stress sul lavoro (burnout)”

Qual è la differenza tra terapia e cura e di cosa c’è veramente bisogno?
“In Italia siamo in una situazione drammatica: i servizi per la salute mentale sono ‘allo stremo’, c’è una forte carenza di organico che ne compromette l’efficacia. Ci si sta allontanando dai pazienti e si stanno riducendo i servizi. Stiamo tornando a strutture residenziali, che però non hanno niente a che vedere con il seguire le persone nella loro quotidianità. Stiamo andando indietro anche dal punto di vista delle risorse finanziarie, che diminuiscono ogni anno.
Quindi che cosa si può fare per rispondere alle persone che si sentono ogni giorno di più abbandonate dai loro medici e dal sistema? Sono d’accordo con chi dice che occorre modificare il paradigma della medicina che non è il mandato di guarire, ma quello di curare. Curare nel senso di prendersi cura e così il limite diventiamo noi perché se guarire non è sempre possibile curare lo è, e dipende solo da noi.
La cura è un diritto, così come in medicina la terapia è un diritto. La cura è un insieme di azioni tangibili, concrete e misurabili ma essa si realizza soltanto se prestata insieme ad attitudini intangibili quali gentilezza, delicatezza, discrezione, rispetto. Dunque la cura è azione pratica e affettiva al tempo stesso. Questa doppia natura richiede competenze pratiche e competenze affettive. Molto probabilmente e verosimilmente è di Cura e non di Terapia ciò di cui hanno bisogno i soggetti che stanno male e che sono stati confinati nella logica diagnostica della psichiatria medica.
Come ha detto Papa Francesco, nella 2ª Conferenza nazionale della Salute mentale (giugno 2021): Curare il prossimo non è solo un lavoro qualificato, ma una vera e propria missione, che si realizza pienamente quando la conoscenza scientifica incontra la pienezza dell’umanità e si traduce nella tenerezza che sa avvicinare e prendere a cuore gli altri”.

Forse si è guardato troppo alla psichiatria e troppo poco alla salute mentale, cosa significa?
“Guardare alla salute mentale significa andare ben oltre. Vuol dire guardare a come sta la gente e quindi travalicare i confini di malattia non-malattia. Vuol dire parlare di cosa fa star bene e cosa fa star male le persone, e come cercare di far qualcosa per farle stare meno male…
La psichiatria entra allora, ma in punta di piedi, magari prescrive un farmaco o attiva un dialogo con la persona che sta male e/o con la famiglia ma, la salute mentale come condizione desiderabile e permanente viene costruita nella e dalla comunità.
Quel che il servizio può e deve fare, dopo avere svolto una ricognizione dei problemi, attivare dei ‘terzi’ che, quelli sì, possono dare un aiuto concreto nel trovare delle soluzioni.
Il ‘terzo’, evocato sempre come presenza necessaria all’incontro fra psichiatria e utenti della psichiatria, non è più soltanto un protagonista dell’incontro ma si rende autonomo e diviene costruttore di salute mentale in prima persona.
È la politica civica, quindi, a dover essere o diventare la politica specifica di salute mentale, perché c’è in essa il richiamo a quel tanto di comunità che ancora può esistere.
Perciò, per andare a cercare risorse terze, culture terze, idee terze, per andare a parlare con le persone, bisogna uscire dall’autoreferenzialità della psichiatria. La parola chiave, non nuova ma rinnovata nelle sue potenzialità, è comunità.
Perché il disagio mentale nasce nei luoghi di vita e di lavoro delle persone, si cura nelle comunità in cui vivono le persone e grazie all’apporto delle comunità stesse”. (Bibliografia: Da “Dialogo tra Francesco Rotelli, Benedetto Saraceno e Giovanna Gallio” – 2023)

Foto di Christine Schmidt da Pixabay

Perchè vi è difficoltà a coinvolgere gli operatori in queste progettazioni?
“Purtroppo, oggigiorno, gli operatori della salute mentale che sono impegnati nei servizi di cura sia ospedalieri che territoriali, denunciano la grave insufficienza di personale, che li costringe ad operare con ritmi impossibili e condizioni di lavoro difficili.
Il lavoro degli operatori richiede tecnica, professionalità e soprattutto umanità, sensibilità, empatia e oggi non trova le condizioni favorevoli per operare al meglio (carenza di personale, svalorizzazione del servizio pubblico, mancanza di risorse, formazione insufficiente…).
Le carenze di risorse umane non riguardano solo personale medico, ma l’ambito di tutte le professioni sanitarie del comparto: infermieri, educatori, tecnici della riabilitazione psichiatrica, assistenti sociali, psicologi. Tra le cause ci sono sicuramente vincoli di bilancio sempre più stringenti, la carenza di risorse dedicate alla salute mentale ma anche la necessità di modificare quantitativamente e qualitativamente il percorso formativo e di accesso alla professione. Le figure legate alle professioni d’aiuto sono caricate da una duplice fonte di stress: quella personale e quella della persona assistita.
Tutte le professioni socio-assistenziali implicano un intenso coinvolgimento emotivo e spesso si rischia di andare incontro alla sindrome da Burnout (bruciato), che non è una malattia, ma un processo stressogeno legato alle professioni d’aiuto”. (Continua)

(Rossella Monti – Valerio Zanotti)