Hei! È un bel pezzo che non ci vediamo! Come stai?
Ciao. Come sto? Sto da vecchio!
Ma, non so te, ma io da vecchio sto abbastanza bene. Tua moglie?
Bene. Legge dodici ore al giorno, telefona per piatti pronti quando si accorge che io non ho approntato nulla per la tavola, qualche volta, poche, si vede con un’amica.

E tu di bello?
Io leggo quattordici ore al giorno quando non rifletto guardando fuori dalla finestra, per il restante dormo o riposo sonnecchiando sulla mia vecchia poltrona.
Vita di movimento eh?
Eee! Un sacco. Poi ride.

Ricordo bene questa sua risata, la stessa di quando eravamo ragazzi, di quando si iniziava a ragionare di “vita” insieme, quasi a farsi coraggio a vicenda. E entrambi iniziavamo a comprendere di quanto ce ne sarebbe stato bisogno. Di capire la vita … Poi, un sacco di volte, ho cercato di comprendere se davvero avessi o avessimo compreso veramente il senso della vita: mi aspetto ancora una risposta. Che forse non arriverà mai: si è fatto tardi!

Ridi sempre allo stesso modo, il tuo modo di ridere di sempre: lo ricordo bene. Come mai da queste parti?
Mamma. Non sta bene e ha novantasei anni convinta di essere una spensierata ragazzina un po’ passata. Quando la lascio per tornare là alla mia solitudine, al mio silenzio mi chiedo ogni volta se la prossima volta la rivedo viva e se questa è stata l’ultima volta. E’ la vita.

Già. Credo sia così un po’ per tutti, o no?

Si, mi convinco sempre più della nostra incolpevole appartenenza ad un insieme che ci forgia, ci plasma e ci inserisce ad un insieme che, fortemente, contrasta con la nostra pretesa di unicità. Forse la nostra assurda convinzione di essere un unico è la cosa più ridicola di tutta la nostra esistenza. Ti ricordi la canzone? “Come te non c’è nessuno …”? Una scemenza, come tutto il resto del testo della canzone. Erano altri tempi, ma, in fondo, ben poco è cambiato.

Vedo che il tuo naturale ottimismo, si fa per dire, non è cambiato col trascorrere del tempo. Anzi, noto qualche miglioramento … in peggio.
Perché, non dirmi che tu sei migliorato, che sei cambiato! In questo caso non ti riconosco più.
No, come ben sai e come hai sempre saputo, non siamo molto diversi: non lo eravamo e non lo siamo, a quanto mi sembra di capire.

No, non lo siamo. Non sarebbe possibile se fosse diversamente. Se incontrandoci dopo tanto tempo ci fosse bisogno di qualche precisazione, di qualche affioramento di dubbi, di qualche domanda indiscreta. Di quelle veramente indiscrete, non di quelle, tipo, vai ancora a puttane? Parlo di quelle domande che ti sgorgano da dentro e alle quali, in tutta sincerità, non sai rispondere. Quelle brutte. Quelle vere.

Per caso, mi sembra di sentire un campanellino, una di queste domande ti è stata posta qualche tempo fa? Poco tempo fa? Pochi giorni fa?
Si vede così tanto? Non mi sembra tu porti occhiali speciali?

Sai bene che non servono occhiali speciali per “sentire” l’arrivo di domande tanto indiscrete quanto profonde e devastanti. Ti lasciano una traccia che molto assomiglia ad una cicatrice, una cicatrice che ti lascia sul viso una traccia indelebile, profonda. Tu, in questo momento, evidenzi una bella cicatrice profonda e rossastra …

Ricordi che ti ho parlato di quel montanaro che produce ancora carbone di legna ammassando cataste di residui di potatura o abbattimento controllato sotto coni di terriccio e malta innescando una lentissima combustione che termina lasciando il vero carbone di legna?

Si, mi sembra di ricordare … Giannetto? Ricordo bene?
Beh, mi fa piacere riscontrare che sei ancora abbastanza lucido alla tua età!
Non ti mando a spendere, si fa per dire, perché so bene che sei fortemente permaloso, ma ne sarebbe il caso.

Ed eccoci lì! Ancora una volta insieme a ridere. Insieme. Forse la mia più vera e preziosa amicizia di tutta la mia vita. Un’amicizia che resta immutata nel tempo, tanto tempo.

Eravamo ragazzi quando ci arrampicavamo sulle colline a sud della nostra città, verso Castel Del Rio, Moraduccio, Coniale e, finalmente Firenzuola! Ah, la prima volta che raggiungemmo la piccola cittadina toscana e ci trovammo davanti quella antica porta tra le mura! Poi i suoi portici, i primi bicchieri di vino rosso (quello locale e vero), il pane dalla forma inconfondibile.

E poi il nostro essere insieme, il godere di tutte queste cose preziose stando e volendo essere insieme. Si parlavo molto anche allora stando insieme, camminando insieme, provando e cercando la nostra amicizia. Il quasi bisogno di sentirsi amici. Insieme. E’ un grande valore scoprirci con qualche capello bianco tra i pochi che ancora ci sono rimasti immutati nel tempo. Quando le “cose” sono vere non subiscono il trascorrere del tempo: ne restano valore inconfondibile di vita.

Fra un’offesa e l’altra, delle quali ti obbligherò a renderne conto quando avrò un po’ di tempo, mi dici cosa ti ha detto Giannetto o devo mandarti una mail al tuo indirizzo che non conosco?

E ride! A bocca spalancata rovesciando la testa tutta all’indietro con i capelli che sembrano voler staccarsi dal cuoio cappelluto. Ancora una volta mi rendo conto che lo ricordo esattamente così. Sempre uguale. Sempre come un libro aperto … almeno per me: un enorme valore, di quelli veri! Ride a lungo, divertito, quasi a godersene. Mi accorgo che lo seguo nella risata e ci ritroviamo con qualche goccia agli occhi che abbisogna di fazzoletto.

Quel gran uomo di Giannetto! Stavo cercando di capire perché le erbacce lungo lo sterrato che congiunge il mio passo carraio all’ingresso del garage continuano sempre a crescere dove non mi va bene mentre quelle che semino io vengono su dove pare a loro …

E giù a ridere senza ritegno: ecco due scolaretti che si sollazzano di vecchie battute, ben consapevoli di quanto siano vecchie e scontate, ma con un fondo di verità e di unicità fortemente sottintesa.

Beh. La faccio corta, mi si avvicina da dietro, tutto nero dove non è grigio scuro, mi osserva attentamente sotto quelle sopracciglia che sembrano un bosco e sopra quei baffoni spioventi che non conoscono forbice da anni e mi fa:
– Professore! Lei che ha studiato tanto e parlato ancora di più, Lei che ha scritto tanto e letto ancora di più, Lei forse sa darmi una risposta alla domanda che mi è venuta in mente l’altro giorno mentre scoprivo la carbonaia constatando che non avevo fatto il lavoro fatto bene e che sotto la terra c’era più cenere che carbone, porco mondo e maledetto il diavolo o chi per lui, una domanda che continua a frullarmi per la testa. Ma insomma, cosa ho fatto io per questo mondo? Cosa sto facendo, ora, per questo C… di mondo?

Beh, sul momento non gli ho risposto gran ché anche perché, in tutta franchezza non sapevo cosa rispondergli; l’ho messa sul ridere assicurandolo circa la sicura riuscita della prossima catasta di legna destinata a carbone.
L’ho guardato a lungo mentre si allontanava, fino a scomparire, scendendo, dietro la curva della collina.

Poi, ho cominciato a pensare: bella domanda, bella domanda davvero. E io cosa potrei rispondere? Cosa sto facendo per questo mondo? Considerando la realtà che mi circonda, c’è qualcosa che potrei fare? Oh, di cose che mi piacerebbe fare, qualora fosse in mio possesso la capacità e la possibilità di intervenire ce ne sarebbero.

Poi mi sono intristito, ho iniziato a pensare alla situazione attuale nella quale ci troviamo a vivere. Sono arrivato alla conclusione che peggio non sarebbe possibile. Le due guerre (quelle più “grosse”) per esempio, una scatenata da un dittatore e l’altra alimentata da un fiero alito di vendetta dopo un grave torto subito: cosa posso fare? La scoperta della mia impossibilità nell’intervenire in qualche modo mi ha fatto sentire decisamente inutile, assente, insignificante.

L’unica cosa che sono stato capace di fare, e non c’è un gran che vantarsene, è stata il ritirarmi quassù in questo angolo di mondo quasi sperando che tutti e tutto si dimenticasse di me. Utopia e inutile illusione: non sono gli altri che si devono dimenticare di te, sei tu che non puoi dimenticarti di te stesso.

Beh, mi sembra che tu stia esagerando …

Esagerando? Io? La nostra piccola entità personale, tanto minuscola quanto super stimata e valutata, per destino ereditato, fa comunque parte di un tutt’uno che ci circonda, ci sovrasta, ci annulla con la sua mole, il suo peso, la sua immensa forza. Se, onestamente, provi a rifletterci su, scopri la devastante verità su te stesso: Cosa posso fare per questo mondo? Da retta a me: non farti la domanda e se, per caso, te la sei già fatta, non provare a risponderti.

In serata, dopo una breve cena in una trattoria lì vicino, ci siamo salutati e ho intrapreso il viaggio di ritorno in una serata senza luna e con poche stelle: molte nubi a coprirle.

Non riesco a non pensarci: seguo la strada quasi automaticamente e non riesco a pensare ad altro se non a quella fatidica domanda. Una domanda che fa male, che rivela in tutta la sua straordinaria potenza la tua effettiva fragilità di piccola entità: “Cosa posso fare per questo mondo?”

(Mauro Magnani)