Lo studio degli ecosistemi quanto la soluzione delle problematiche legate ai cambiamenti climatici sono state, e sempre più lo saranno, le grandi sfide sul rapporto di convivenza del genere umano sulla terra a prescindere però dalla priorità di garantire alla popolazione l’approvvigionamento di acqua dolce.

Acqua (Foto di Peter H da Pixabay)

Quanto possa rischiare di diventare drammatico in futuro il deficit di questo “oro blu” che già oggi fa soffrire i due terzi della popolazione mondiale all’oggi nessuno può determinarlo, si può invece ben quantificare l’impronta antropica del consumo quotidiano che vede il comparto agricolo leader di consumo per un 60-70% a prescindere di quanta acqua serve per lavare, cucinare, pulire, per il tempo libero e più in generale per il nostro stile di vita occidentale.

La “Giornata mondiale dell’Acqua” ogni 22 marzo dovrebbe far riflettere su ciò ognuno di noi (e chi ci governa), sull’importanza e la preziosità di questa risorsa che ricopre quasi i due terzi del pianeta ma che per il 97% non è potabile (essendo salata), e che solo per nemmeno l’1% è a nostro uso e consumo nei fiumi, laghi e sottoterra nelle falde acquifere.

Il rischio di sete mondiale da oro blu è reale ma è diventato fonte di preoccupazione planetario solo da quando il “dito” mediatico ha iniziato a far ciò che più gli riesce meglio ossia far (anche) terrorismo psicologico dando in pasto all’utenza eventi e “talk” come ad esempio quello datato 2050 su come “abbeverare” i 10 miliardi di persone che popoleranno il pianeta, preoccupazioni e perplessità queste amplificate presto da social grazie ai rumours sui guai che malgoverni nazionali hanno causato con inefficienze di manutenzione tali da “bucare” le reti idriche portandole presto al rango di colabrodi infrastrutturali capaci di perdere il 50% delle riserve d’acqua potabile.

Da qui il passo è poi stato breve negli anni a “criminalizzare” chiunque, in primis come detto gli agricoltori ed agroindustriali per i grandi quantitativi di acqua dolce usati per irrigazioni/zootecnia ed industrie di trasformazione quanto recentemente anche gli operatori del settore turistico invernale dello sci che, colpa dei ghiacciai che si stanno ritirando, hanno continuato massicciamente ad innevare artificialmente esponenziando così il dispendio di acqua dolce mancando invece di “ri”pensare, al pari dei colleghi del primario, un modello di sviluppo più sostenibile e risparmioso anche sui costi energetici.

Discorso simile su impatti e scelte (sbagliate) di campi e piste quelli inerenti gli sprechi d’acqua in città, colpe queste di cemento e asfalto che non trattengono le piogge facendole poi finire in canali di scolo e fiumi così da “sprecarle” in mare.

Amministrazioni locali perciò sul banco degli imputati a tutto tondo, ree di trascurare tanto i monitoraggi sui prelievi idrici da parte delle aziende di produzione e trasformazione quanto colpevoli nel non responsabilizzare maggiormente la cittadinanza sulle tante (troppe) trascuratezze di un esagerato life-style di cui poco effettivamente ci si può vantare, dal rubinetto che goccia (5 litri al giorno) al bagno in vasca (120-160 litri d’acqua) fino ai tre milioni e mezzo di metri cubi al giorno che servono a “condizionare” d’estate un palazzo di otto piani.

Da ciò sprechi e oculatezze sui consumi d’acqua che sempre più dovranno essere presenti nell’agenda quotidiana del nostro buon vivere così a preservare ciò che è essenziale per la nostra salute se è vero che basta un solo calo del 2% – dai 1,5/2,5 litri al giorno di acqua potabile da sorseggiare – perché possiamo soffrire di disidratazione ed andare incontro all’abbattimento delle difese immunitarie.

Il cambiamento climatico alle porte fa d’altronde constatare quanto ancora più urgente sia diventata la parola “risparmio” sul contesto che riguarda le risorse idriche del pianeta che non sono infinite, da qui lo stupore (e la rabbia) sulla miopia delle politiche che sembrano disinteressarsi di infrastrutture consone alla mission di salvaguardare del nostro oro blu.

A sprecarsi gli esempi su ciò che sarebbe necessario a bannare il rischio “sete” grazie alla tecnologia, ma sempre al palo colpa di politiche ottuse.

Dagli impianti di desalinizzazione, dai 700 dei quali nella sola Spagna scaturiscono 6 miliardi di acqua, a quelli degli invasi per conservarla e stoccarla come i bacini di laminazione che possono essere usati come “parcheggi” temporanei a mitigare danni da climate change.

Tanto per alleviarne la calamità siccitosa da crisi idrica quanto per scongiurarne la calamità opposta ovvero quella da alluvione che, in assenza di queste infrastrutture, fa finire sott’acqua i territori come successo il maggio scorso in Romagna per colpa di fiumi che non sono riusciti a far defluire del tutto le piene.

(Giuseppe Vassura)