Partiamo dalla domanda per antonomasia: la separazione delle carriere è la soluzione ai problemi della giustizia penale?

L’attuale assetto istituzionale della magistratura, intaccato dall’entrata in vigore della Costituzione, vede Pubblici Ministeri e Giudici, quindi magistratura requirente e giudicante, facenti parte dello stesso corpo.

Il sistema processuale dell’epoca, del tutto rivisto nel 1988 (con l’approvazione del nuovo codice di procedura penale), ben poteva conciliarsi con quell’assetto, in ragione della natura “inquisitoria” del procedimento penale.

In estrema sintesi, il nostro sistema oggi si basa sul contradditorio: accusa e difesa esaminano (e contro esaminano) testimoni, compresa la persona offesa, davanti ad un Giudice che per la prima volta sente quel racconto.

Detta in poche parole, oggi Pubblici Ministeri e Giudici fanno parte dello stesso organo costituzionale, con organo amministrativo supremo il Consiglio Superiore della Magistratura, pur essendo, durante il processo penale, rispettivamente “giocatore” e “arbitro”, o almeno, da quando nel 1988 si tentò di trasformare il vetusto rito processuale che portava la firma del Guardasigilli fascista Alfredo Rocco, nella forma “alla Perry Mason”, o almeno così si sperava.

È vero: in un sistema processuale dove, sulla carta, accusa e difesa se la giocano ad armi pari (materialmente cosa impossibile, dato che è imparagonabile ciò che una Procura della Repubblica ha a disposizione rispetto a qualsiasi avvocato), la logica direbbe che non può esserci uno tra i contendenti ad indossare la stessa casacca dell’arbitro, per svariate ragioni che non vale neanche la pena elencare.

Chi però critica la separazione tra PM e Giudici ricorda, codice di procedura penale alla mano, che la pubblica accusa deve compiere attività di indagine anche a favore dell’accusato, cosa, ovviamente, esclusa nei confronti del difensore (ed allora bisognerebbe forse riflettere se questo obbligo di legge è sempre applicato e, in caso negativo, capire come e perché ciò non avviene), dal momento che il primo, cioè il Pubblico Ministero, ha una pubblica funzione.

A questo va aggiunto che spesso è stata equiparata (anche in discussioni non alla luce del sole durante gli anni ’80) la separazione delle carriere al superamento dell’indipendenza dei Pubblici Ministeri, principio costituzionale sul quale nessuno non può che non essere d’accordo, dal momento che l’indipendenza della magistratura dalla politica e in generale dal potere deve sempre essere salvaguardata.

Va detto che la separazione delle carriere e il mantenimento dell’autonomia della magistratura, astrattamente non sono inconciliabili.

Una attenta riflessione andrebbe fatta, ormai a più di tre decenni dall’entrata in vigore del codice di procedura penale, sull’effettività del rito accusatorio, ossia se siamo davvero in un sistema alla Perry Mason. Chi frequenta le aule di Tribunale sa che quel sistema è per noi quasi irraggiungibile, per le più svariate ragioni (se n’è già parlato, totale sproporzione di potere tra accusa e difesa, obbligatorietà dell’azione penale affiancata da un numero assurdo di reati previsti dal nostro ordinamento, meccanismi che permettono di far rientrare dalla finestra ciò che è stato raccolto in indagine quindi in teoria non utilizzabile, ecc…), quindi i casi possono essere due: o si accelera davvero sul sistema all’americana, o si pensa piuttosto a come rendere il processo più garantito in un sistema semi-accusatorio. Entrambe le scelte sono più che lecite e corrette.

Alla luce di quanto detto, possiamo ritornare alla domanda in apertura: la separazione delle carriere è la soluzione ai problemi della giustizia penale? Una risposta molto sintetica potrebbe essere: si può fare, forse più per un discorso di separazione effettiva di ruoli, ma il giorno successivo non ci sarebbero ribaltoni, Citando il prof. avv. Franco Coppi, non saranno più fratelli quindi saranno cugini.

(Andrea Valentinotti)