Da diversi anni a questa parte i beni di consumo sono sempre meno duraturi, parlatene con qualsiasi riparatore. Wikipedia ci insegna che “L’obsolescenza programmata o pianificata è una strategia volta a definire il ciclo vitale di un prodotto in modo da limitarne la durata. Dopo un certo periodo di tempo, il prodotto diventa inservibile oppure obsoleto in confronto ai nuovi modelli che appaiono più performanti, sebbene siano poco o per nulla migliori. Per ottenere questo risultato si utilizzano materiali di qualità inferiore o componenti facilmente deteriorabili o, talvolta, l’utilizzo di sistemi elettronici creati appositamente. I prodotti si guastano una volta scaduto l’eventuale periodo di garanzia e sono generalmente realizzati in modo che i costi di riparazione risultino superiori a quelli di acquisto di un nuovo modello. Questi accorgimenti progettuali e produttivi sono supportati anche da campagne pubblicitarie volte a proporre e valorizzare nuovi modelli, non necessariamente più sviluppati funzionalmente, ma con elaborate differenze sul piano dell’apparenza, al fine di invogliare il consumatore a sostituire il prodotto vecchio con uno nuovo. L’obsolescenza pianificata ha dei benefici esclusivamente per il produttore perché il consumatore è obbligato ad acquistarne uno nuovo e a gettare via quello ormai antiquato, o guasto, non convenientemente riparabile”.

Eppoi, in questo modo, si limita di molto tutta la filiera della ricambistica: cataloghi dei pezzi di ricambio, gestione degli ordini, magazzini, spedizioni, ecc. insomma un sacco di complicazioni. In Europa, infine, la questione è diventata esplosiva con l’apertura dei mercati ai produttori asiatici, indiani e cinesi.

Per questi motivi l’approvazione definitiva dell’europarlamento alla Direttiva right to repair (R2R) che introduce obblighi ai fabbricanti per la riparazione dei beni prodotti, sostenendo il settore delle riparazioni, rendendole più accessibili e convenienti, è considerata un successo del mondo “green”.
La direttiva fa parte della nuova agenda dei consumatori e del Piano d’azione per l’economia circolare. Integra altre recenti iniziative legislative per il consumo sostenibile, come il Regolamento ecodesign, che promuoverà la produzione di prodotti riparabili, e la direttiva sulla responsabilizzazione dei consumatori per la transizione verde (Empowering consumers for the green transition), che consentirà ai consumatori di prendere decisioni di acquisto più informate.

Una volta che la direttiva sarà stata formalmente approvata anche dal Consiglio e pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, gli Stati membri avranno 24 mesi di tempo per recepirla nel diritto nazionale, tempi lunghi, quindi, ma non è tutto.

Dal mondo ambientalista si sottolinea che l’azione è troppo “timida”. Jean-Pierre Schweitzer, Policy Manager for Circular Economy di European Environmental Bureau (EEB), ha sottolineato che “limitare questo provvedimento solo a una manciata di prodotti è una grande occasione persa per rivoluzionare i prodotti sostenibili e ampliare i diritti dei consumatori e dei riparatori in Europa”. Per la coalizione Right to Repair Europe, che rappresenta più di 130 organizzazioni, “serve una legislazione più ampia sul diritto alla riparazione che copra più categorie di prodotti durante il prossimo mandato.

Purtroppo, la legge attuale non offre un accesso più ampio a un maggior numero di informazioni sulla riparazione e di pezzi di ricambio e non dà priorità alla riparazione nell’ambito della garanzia legale”. La coalizione chiede “una rapida attuazione di queste norme, comprese le linee guida della Commissione su una chiara definizione di prezzi ‘ragionevoli’ per i pezzi di ricambio, una solida esecuzione del divieto di pratiche anti-riparazione e l’introduzione di incentivi finanziari nazionali per la riparazione da parte degli Stati membri dell’UE”.

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Cosa prevede la direttiva sul diritto alla riparazione

Nel dettaglio, ecco le misure principali previste dalla direttiva:

Obbligo di riparazione. La direttiva prevede l’obbligo per il produttore di riparare prodotti domestici comuni come lavatrici, aspirapolvere e persino smartphone. Altri prodotti si potranno aggiungere nel corso del tempo: la Commissione potrà introdurre requisiti di riparazione per i nuovi prodotti, attraverso il Regolamento ecodesign, che saranno quindi aggiunti all’elenco dei prodotti coperti dalla direttiva R2R (Allegato 2);

Modulo europeo di informazione. In parallelo con l’obbligo di riparare, i produttori saranno tenuti a informare i consumatori di questo obbligo, con informazioni chiare come le condizioni di riparazione, il tempo per terminare i lavori, i prezzi, i prodotti sostitutivi, ecc;

Tempi e prezzi “ragionevoli”. Il testo concordato prevede che i produttori effettuino le riparazioni necessarie entro un tempo ragionevole e, a meno che il servizio non sia fornito gratuitamente, anche a un prezzo ragionevole, in modo da incoraggiare i consumatori a scegliere la riparazione.

Accesso semplice ai prezzi delle riparazioni. L’accordo obbliga i produttori a fornire informazioni sui pezzi di ricambio nel loro sito web, a renderli disponibili a tutte le parti del settore della riparazione a un prezzo ragionevole

Un anno di garanzia sui riparati. Viene garantita l’estensione di un anno della garanzia legale per i beni riparati. Questo periodo può essere ulteriormente prolungato dagli Stati membri;

Vietato ostacolare la riparazione. È stato introdotto il divieto per i produttori di utilizzare clausole contrattuali, tecniche hardware o software per ostacolare le riparazioni. In particolare, non dovranno ostacolare l’uso di pezzi di ricambio di seconda mano o stampati in 3D da riparatori indipendenti;

Piattaforme per la riparazione. Per facilitare il processo di riparazione, verrà creata una piattaforma online europea, con sezioni nazionali, attraverso la quale i consumatori potranno trovare negozi di riparazione locali, venditori di beni ricondizionati, acquirenti di articoli difettosi o iniziative di riparazione gestite dalla comunità, come i repair cafè;

Misure a favore della riparazione. Ogni Stato membro dovrà introdurre almeno una misura per promuovere le riparazioni, come buoni e fondi per le riparazioni, campagne informative, corsi di riparazione o sostegno agli spazi di riparazione gestiti dalla comunità, oppure, una riduzione dell’aliquota IVA sui servizi di riparazione.

Già oggi è possibile riconsegnare un elettrodomestico usato al rivenditore. Forse pochio lo sanno ma, al fine di facilitare i circuiti di raccolta separati, da alcuni anni sono entrate in vigore disposizioni che consentono anche di riconsegnare gratuitamente i RAEE (Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche) agli esercizi commerciali.
L’ “uno contro uno” prevede il ritiro di un RAEE al momento della vendita di una nuova apparecchiatura della stessa tipologia, sia che appartenga al circuito domestico sia a quello professionale. L’“uno contro zero”, invece, prevede l’obbligo per i distributori con superficie di vendita di AEE di almeno 400 mq (e la facoltà per gli altri distributori) di ritirare i RAEE di piccole dimensioni (inferiori a 25 cm) senza obbligo di acquisto di una nuova apparecchiatura.

Ma il 64% dei cittadini non è a conoscenza del sistema “uno contro uno” o lo conosce ma non l’ha mai utilizzato; la percentuale sale al 77% nel caso del sistema “uno contro zero” (Ipsos e Erion WEEE).

Quando non si ripara, comincia l’odissea del rifiuto

Un monitor di computer abbandonato (di Rich Anderson, da Wikipedia)

Il fine vita degli “elettrodomestici” rappresenta un problema, anche perché la loro immissione al consumo è in crescita continua: + 378mila unità, pari ad un aumento del 27% nel 2021 sul 2019 in Italia, sia per dispositivi ad uso professionale che domestico (che pesano per il 70%).

E benché dal 2019 l’UE abbia elevato il target minimo di raccolta differenziata dei RAEE al 65%, l’Italia è ancora ben lontana dall’obiettivo. Anzi, a leggere i numeri, sta facendo passi indietro: dal 36,5% nel 2020, al 34,6% nel 2021 e al 34% nel 2022.

Oltretutto lo smaltimento dei RAEE alimenta traffici illeciti, secondo l’Interpol, molte tonnellate di rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee) lasciano la Ue senza essere tracciati. Sono proprio i Raee a costituire una buona parte del traffico illecito; secondo le norme Ue non potrebbero venire esportati al di fuori dei Paesi appartenenti all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse),

Dove lo metto?

Premessa: qualsiasi oggetto che abbia un funzionamento elettrico o elettronico (ovvero a luce o a batteria) deve essere tenuto separato da qualsiasi altro rifiuto. Infatti contiene sostanze problematiche per le successive fasi di smaltimento, talvolta anche altamente inquinanti e pericolose, come i metalli pesanti, schiume isolanti, gas lesivi per l’ozono (clorofluorocarburi (CFC) e idroclorofluorocarburi (HCFC), utilizzati nei circuiti refrigeranti e nelle schiume isolanti di frigoriferi, congelatori e condizionatori di vecchia generazione), mercurio, ecc.

I circuiti di raccolta differenziata dei RAEE sono distinti in base all’origine ed alla tipologia.

Le imprese quando devono smaltire AEE professionali di qualunque tipo, devono rivolgersi al circuito specialistico, organizzato dall’Associazione nazionale CDC RAEE.  Stiamo parlando di apparecchiature progettate con funzioni e caratteristiche completamente diverse da quelle di uso domestico, per esempio: radiografi, ecografi e tutti i dispositivi medicali professionali; banco-frigo, bancomat, distributori automatici di cibi e bevande, lavatrici industriali, ecc.

Le famiglie invece, devono appoggiarsi al servizio pubblico di raccolta dei rifiuti urbani, ovvero portare gli elettrodomestici ai Centri di Raccolta/Stazioni ecologiche, oppure, quando previsto, consegnarli al servizio domiciliare su prenotazione.

Eppure i RAEE hanno un elevato potenziale di recupero di Materie prime critiche (CRM) che costituiscono un elemento essenziale nel sostenere la transizione green delineata dall’UE. Dai RAEE è possibile recuperare plastiche di vario tipo, metalli ferrosi e non ferrosi (alluminio, rame, terre rare, ecc.),metalli preziosi, vetro, parti elettroniche che opportunamente trattate possono dare vita ad altri oggetti e rientrare quindi nel ciclo economico

Detto tutto questo c’è da ricordare che pochi giorni fa abbiamo raggiunto l’Overshoot day italiano, ovvero il giorno in cui il bel paese ha divorato le risorse naturali per l’anno e comincia a sfruttare quelle del venturo.

D’impeto si presenta una domanda: di questo passo, quanti decenni ci vorranno per riguadagnare i sette mesi persi dal dopoguerra ad oggi? E malinconicamente se ne presenta una seconda: abbiamo tutto questo tempo?

(Luca Bartolucci)