Nel maggio 2019, un ragazzo ventenne di nome Dominic Lokinyomo Lobalu, originario dell’attuale Sud Sudan, vince una corsa su strada di 10 chilometri organizzata dall’Unicef a Ginevra, in Svizzera. Tre mesi dopo, Markus Hagmann, un insegnante di San Gallo, ex campione nazionale dei 3.000 siepi, allenatore in un club di atletica locale, riceve una telefonata da un centro svizzero per rifugiati: “Qui c’è uno che vuole correre, solo quello sa dire. Interessa?”. Lobalu, che gareggiava per l’Athlete refugee team (Atleti olimpici rifugiati), è fuggito dall’albergo e ha chiesto asilo. È uno scappato due volte: da chi lo perseguitava e da chi lo doveva salvare.

Dominic Lobalu (foto di Erik van Leeuwen – Zenfolio Erki, da Wikipedia)

A nove anni ha perso i genitori nella brutale guerra civile che ha preceduto l’indipendenza dal Sudan ed è fuggito oltre il vicino confine con il Kenya. Gareggia per loro ai Mondiali di Londra 2017: due anni dopo, insoddisfatto di come lo trattano, fugge anche da loro.

Allora coach Hagmann acconsente ad incontrarlo: “Mi fece una pessima impressione, davanti avevo una persona spaventata emotivamente e fisicamente. Vuota, stanca, mezza morta. Ma si mise a correre e diventò un altro. Elegante, morbido, leggero. Resuscitò, pieno di vita e di grazia”.

Sei mesi dopo, Dominic vince la sua prima corsa locale. Resta sorpreso: il premio di 218 dollari va tutto a lui, non era abituato. Ottiene un permesso di soggiorno di breve durata. Nel giugno 2022 in una tappa della Diamond League un atleta con la maglia bianca si aggiudica i 3 mila metri a Stoccolma battendo il favorito Kiplimo. È lo sconosciuto Lobalu, l’uomo senza patria. Trovano un’azienda che lo sponsorizza. Hagmann se ne prende cura in maniera professionale: fisioterapista, esami, test clinici, la malnutrizione ha lasciato tracce.

Nel 2023 a Cannes, in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato, viene presentato il documentario The Right to Race (Il diritto a correre), diretto dal regista Richard Bullock. E’ la storia complicata di Lobalu. Ora non appartiene più al Sud Sudan (“Non posso rappresentare un paese che mi ha preso tutto e che ha ucciso i miei genitori”), né al Team dei rifugiati (per World Athletics, governo internazionale dell’atletica, è un doppio transfuga), è della Svizzera di cui può indossare la maglia, grazie al permesso di soggiorno, ma niente passaporto. Non essendo un cittadino Ue dovrà attendere 10 anni per salire di livello e richiedere il domicilio. Non sono previste eccezioni, se non per matrimonio. E non può godere dello status di rifugiato perché viene dal Kenya dove non era a rischio di persecuzione individuale. Una specie di intrigo internazionale.

Il 2024 dell’uomo che scappò due volte però è strepitoso: a Oslo il 20 maggio in Diamond League migliora di 16 secondi il record nazionale svizzero sui 5 mila metri, realizzato da Markus Ryffel, argento olimpico a Los Angeles ’84. Non solo, agli Europei di Roma della settimana scorsa conquista due medaglie per la Svizzera, un bronzo sui cinquemila e l’oro sui diecimila metri.

È il primo (ex) rifugiato a riuscirci. L’esempio che chi fugge da guerre e carestie non merita solo applausi per aver saputo resistere, ma aiuto e rispetto concreto. Il Comitato olimpico internazionale conferma che Lobalu non ha diritto a rappresentare la Svizzera alle Olimpiadi di Parigi perché senza passaporto. Con ogni probabilità gareggerà per gli “Atleti olimpici rifugiati “una “nazione” che nel mondo, per le Nazioni Unite, conta 120 milioni di individui.

Perché ci sono corridori senza patria e il cui confine è il mondo intero.

(Tiziano Conti)